Avviso

In obbedienza ai decreti di Urbano VIII, quando su questo sito vengono trattati semplici Testimoni e vengono usate espressioni come “santo”, “degno degli altari” e simili, l’Autrice non intende in nulla anticipare il giudizio ufficiale delle competenti autorità ecclesiastiche.
S’impegna, inoltre, a rimuovere l’articolo nel caso il personaggio trattato si dimostrasse indegno della qualifica attribuitagli.

sabato 17 febbraio 2018

La biblioteca di Testimoniando #17: “Corso intensivo d’amore – Via Crucis dei giovani”


L’ultimo post prima della mia tradizionale pausa quaresimale (perché il Rito Ambrosiano in Quaresima non fa memoria di nessun santo se non il 19 e il 25 marzo) avrebbe dovuto essere la seconda puntata della rubrica “Santi da giovani”. Tuttavia, non sono riuscita a produrla per tempo; vorrà dire che ad aprile pubblicherò due puntate anziché una.
In compenso, recensisco una Via Crucis che ho trovato decisamente congeniale allo scopo per cui ho aperto questo blog. Ho visto almeno tre schemi pubblicati quest’anno che mettono a tema i giovani, in maniera diversa e originale, in vista del Sinodo 2018. Parlo di questo perché, come le mie due Vie Crucis dei giovani preti e seminaristi “in cielo” che ho pubblicato in proprio lo scorso anno, collegano un o una Testimone in fama di santità al tema presentato in ciascuna stazione.

In sintesi

La tradizionale pratica della Via Crucis viene riletta dall’autore come il modo attraverso il quale i credenti seguono il percorso con cui Gesù ha pienamente dato la vita per amore. Per questo la definisce “corso intensivo d’amore”: perché molti, nella storia della Chiesa, l’hanno seguita per imparare ad amare fino alla fine.

lunedì 5 febbraio 2018

CineTestimoniando #7: «Cruxman»


Cruxman, Italia 2018, Filippo Grilli, GPG Film, 122’

Ogni volta che so dell’uscita di un nuovo lavoro della GPG Film, casa indipendente di produzione cinematografica con base a Lissone, sono presa da sentimenti contrastanti. Da una parte, sono presa dalla speranza di vedere uno spettacolo con valori positivi, gli stessi in cui credo. Dall’altra, sono colta dal timore che regista e produttore possano essersi spinti troppo oltre le loro possibilità.
Così, quando ho visto il trailer del nuovo film, Cruxman, ho esclamato: «Ma cos’è: Lo chiamavano Jeeg Robot che incontra Don Matteo, anzi, Don Matteo Begins?». Una visione diretta mi ha parzialmente confermata in quest’aspettativa, ma ne ha smontate molte altre.

La trama in breve

Don Giuseppe Falco, detto Beppe (Luigi Vitale) è un sacerdote appena ordinato. Viene mandato dal suo vescovo (Claudio Aloise) nel paese d’origine di quest’ultimo, come viceparroco. Non molto dopo il suo arrivo, inizia a fare la sua comparsa un giustiziere in felpa rossa, poi con una tuta del medesimo colore su cui campeggia una grossa croce nera. Questo personaggio interviene contro i vari atti illeciti che si ripetono in città, a più riprese.
Mentre una giornalista del quotidiano locale (Stefania Zampieri) e le televisioni si occupano del caso, tutti cominciano a chiedersi chi sia questa sorta di supereroe, cui viene attribuito il nome di Cruxman.

sabato 3 febbraio 2018

Delizie di Paradiso, ovvero i biscotti dei Santi (Le 5 cose più #13)


Da un'idea di Bridget Edwards (fonte)
Oggi sono stata in una parrocchia dedicata a san Biagio, invitata da un’amica. Oltre al tradizionale rito della benedizione della gola con le due candele incrociate, lì si usa distribuire ai fedeli dei biscottini a forma di pesce, i “Liscotti”. Non sono il primo caso di dolci collegati a qualche santo di cui sono a conoscenza: alcuni sono prodotti di pasticceria, altri sono nati dalla creatività di alcuni fedeli.
Un po’ basandomi sui miei ricordi, un po’ facendomi aiutare da Google, questa è la mia personale classifica dei cinque tipi di biscotti (escludo zeppole e altre torte o simili) più “santi” della tradizione italiana.

5) Biscotti di santa Febronia

In onore di: santa Febronia di Nisibis (+ 305?)
Leggenda all’origine: non sono riuscita a ricostruirla, essendo la stessa Febronia un personaggio dalle tinte leggendarie. La forma a cestino, invece, ha il motivo che indico sotto.
Forma e gusto: la base è sempre la stessa, ma la “Mano di santa Febronia” è, appunto, a forma di mano. Il “Cicilio” ricorda invece un cestello con delle uova sode intere, come quelli che venivano portati in processione verso l’Eremo di Santa Febronia a Palagonia, in contrada Coste.
Dove e quando trovarli: a Palagonia (CT), il 25 giugno, quando si festeggia santa Febronia, che è la patrona di quella città. In ogni caso, qui (anche fonte per l’immagine) c’è la ricetta.

4) Biscotti di san Martino
Fonte
In onore di: san Martino di Tours (+ 397)
Leggenda all’origine: Martino era un soldato dell’esercito romano. Nel vedere un povero mendicante che tremava dal freddo, tagliò in due il suo mantello e gliene diede metà. Durante la notte, sognò Gesù che diceva ai suoi angeli di essere stato riconosciuto nel povero proprio da Martino, che era ancora catecumeno, quindi non battezzato.
Forma e gusto: riproducono la figura di san Martino in groppa al suo cavallo. Sostanzialmente, sono una base di pasta frolla decorata con glassa e caramelline. Per la sagoma, potete ricalcare l’immagine che trovate qui (cliccate sull’immagine per scaricarla) insieme alla ricetta.
Non vanno confusi con i biscotti di san Martino che si mangiano in Sicilia, che non hanno la forma del santo a cavallo, ma hanno l’aria di essere ugualmente deliziosi.
Ci sono anche dei biscotti tedeschi, i “Weckmänner”, a forma di omino con una pipa di plastilina, che dovrebbe rimandare al pastorale di san Martino, poi diventato vescovo.
Dove e quando trovarli: nelle pasticcerie di Venezia, verso l’11 novembre, giorno di san Martino.

3) Liscotti
Foto mia
In onore di: san Biagio (+ 316 circa)
Leggenda all’origine: mentre era prigioniero per ordine del magistrato Agricolao, che credeva che i cristiani fossero favorevoli all’imperatore d’Occidente Costantino, Biagio, vescovo di Sebaste, venne visitato da una donna. Aveva in braccio un bambino, suo figlio, che stava per morire perché una lisca di pesce gli si era conficcata in gola. Biagio era esperto di medicina, ma in quella circostanza pregò il Signore e comandò alla lisca di salire o scendere per la gola del malato. Il corpo estraneo fu subito espulso e il bambino tornò alla vita.
Forma e gusto: sono dei semplicissimi pesciolini di pasta frolla, senza guarnizioni o ripieni.
Da non confondersi con i biscotti o ciambelline di san Biagio (o “cuddureddi di San Mbrasi”, che per la loro forma rotonda ricordano l’apertura della gola).
Dove e quando trovarli: nella parrocchia di San Biagio a Cassino Scanasio, quartiere di Rozzano, il 3 febbraio e la domenica successiva. Immagino che il ricavato delle offerte (non hanno un prezzo, ma è bene lasciare qualcosina) vada per le spese della parrocchia.

2) Falcastrotti
Fonte: profilo Facebook
del Centro Pastorale Ambrosiano di Seveso
In onore di: san Pietro da Verona (+ 1252)
Fatto storico all’origine: il 6 aprile 1252 Pietro da Balsamo, detto anche Carino, dietro mandato dell’eretico Giacomo Leclusa, uccise il domenicano Pietro da Verona, Inquisitore generale della Lombardia.
Forma e gusto: riproducono la forma del falcastro, ossia del grosso coltello con cui Carino da Balsamo (che poi si convertì: qui il mio post su di lui) colpì sul cranio san Pietro da Verona.
Anche questi hanno una base di pasta frolla, ma un tocco particolare è dato dalla glassa rossa sulla lama del coltello: ricorda il sangue del martire…
Dove e quando trovarli: al santuario di San Pietro Martire a Seveso, nella festa di Calendimaggio (ossia tra il 29 aprile, data della memoria di san Pietro da Verona, e il 1° maggio).
Nel 2016 il ricavato della vendita era andato a sostegno dei cristiani di Aleppo, in Siria.



1) Scarpette di sant’Ilario

In onore di: sant’Ilario di Poitiers (+367)
Leggenda all’origine: mentre viaggiava verso Roma, passando per Parma, Ilario, vescovo di Poitiers, incontrò un ciabattino. Costui notò che le calzature del vescovo erano distrutte a causa del lungo viaggio e si offrì di ospitarlo in casa sua, il tempo di fabbricargli un paio di stivali perché potesse proseguire. Tre giorni dopo, quando furono pronti, lui se ne andò. Il calzolaio, al posto delle scarpe da buttare, trovò invece due stivali d’oro.
Questa è la versione abbreviata della leggenda, raccontata dalla sempre valida Lucia di Una penna spuntata in uno dei suoi Ma che sant’uomo!. Un’altra variante dice che il calzolaio gli regalò subito delle scarpe nuove.
Forma e gusto: raffigurano uno stivaletto basso, ancora di pasta frolla. Li si trova o interamente coperti di glassa, o con guarnizioni di cioccolato e zuccherini in corrispondenza della suola e del collo del piede.
Il post di Lucia citato sopra riporta la ricetta in versione classica. Una variazione più light, invece, è qui.
Dove e quando trovarli: nelle pasticcerie di Parma, a ridosso del 13 gennaio, giorno in cui si ricorda sant’Ilario.
Se volete fare una cosa doppiamente buona, potete chiederli alle Carmelitane Scalze di Parma: dal loro sito ho tratto l’immagine che ho inserito in questo paragrafo.

giovedì 1 febbraio 2018

Santi da giovani #2: san Giovanni Bosco (seconda parte)

La prima puntata della nuova rubrica «Santi da giovani», dove immagino di far parlare Santi deceduti in età avanzata riguardo la loro giovinezza, è risultata più lunga del previsto. Ecco quindi la seconda parte (la prima la trovate qui), in cui faccio descrivere a san Giovanni Bosco gli anni del Seminario, fino all’incontro che lo fece decidere per i giovani più abbandonati.
Come dicevo nella prima parte, la versione originale di questo articolo è stata pubblicata su questa pagina, ma ho pensato di snellirlo, di dividerlo in due parti e, magari, d’inserire qualche immagine, per alleggerire la lettura. Dove non altrimenti specificato, le immagini sono tratte dalla Banca Dati delle immagini salesiane.

* * *
Una nuova vita

Ecco quindi che, il 25 ottobre 1834, nella chiesa del mio paese, Castelnuovo d’Asti, ho indossato per la prima volta la veste nera da prete. Lasciando i miei abiti, ho pregato il Signore di distruggere le mie cattive abitudini e di aiutarmi a vivere davvero una vita nuova.
Lo stesso giorno, mi hanno portato alla festa patronale del paese vicino. Il chiasso dei festeggiamenti e il comportamento di alcuni sacerdoti mi lasciò impressionato, tanto che, nei quattro giorni successivi, mi sono dato a riflettere attentamente. Nei sette propositi che ho scritto allora, promettevo di abbandonare le mie abitudini di prima, come andare a vedere spettacoli pubblici o fare il saltimbanco. Da bambino, infatti, lo facevo spesso, ma prima di concludere invitavo il mio pubblico a pregare.
Il 30 ottobre sono entrato nel Seminario di Chieri, accompagnato, ancora una volta, dalle esortazioni di mamma Margherita. Mentre preparavo il mio baule, la sera precedente, mi aveva preso in disparte e ribadito: «Se un giorno avrai dubbi sulla tua vocazione, per carità, non disonorare quest’abito. Posalo subito. Preferisco avere per figlio un povero contadino piuttosto che un prete trascurato nei suoi doveri».

«Lasciando i miei abiti, ho pregato il Signore di distruggere le mie cattive abitudini
e di aiutarmi a vivere davvero una vita nuova»
Il tempo del Seminario

Le giornate in Seminario erano scandite dal suono della campana, che per noi doveva essere la voce di Dio che ci richiamava al dovere. Era molto difficile obbedirle quando dovevamo terminare la ricreazione. Spesso mi mettevo a giocare a carte, puntando del denaro: pur non essendo molto bravo, guadagnavo sempre, a spese, però, dei miei compagni. La tristezza che provavo nel vederli così abbattuti mi fece decidere di smettere, quand’ero al secondo anno di Filosofia. Dovevo concentrarmi sui libri, non sulle figure delle carte, che mi tornavano in mente perfino quando studiavo.
Il giovedì venivano a trovarmi i miei amici e compagni di scuola, quelli che avevo riunito nella «Società dell’Allegria». Insieme ci eravamo impegnati a non compiere azioni o pronunciare discorsi che facessero arrossire un cristiano, a fare i nostri doveri scolastici e religiosi e a essere allegri, perché sapevamo di essere nelle mani di Dio.
Intanto stavo iniziando a immaginare che tipo di prete avrei voluto essere. Se già da ragazzo ero certo che non avrei voluto essere uno di quelli che incutevano paura e autorità severa, negli anni di Seminario ho capito che non avrei mai fatto né il confessore delle ragazze, né il precettore in qualche famiglia nobile.

«Il giovedì venivano a trovarmi i miei amici e compagni di scuola,
quelli che avevo riunito nella
Società dell’Allegria»
La prima predica

Il 3 novembre 1837 ho iniziato gli studi di Teologia e già nel 1838, il giorno della Madonna del Rosario, sono stato invitato a tenere la mia prima predica nel paese di Alfiano. Dopo la celebrazione, ho chiesto a don Giuseppe Pelato, il parroco, come fossi andato. Il suo giudizio fu positivo, ma solo in parte: avevo espresso contenuti che a me parevano semplici, ma erano complicati per il popolo, con uno stile ordinato.
Da allora mi sono impegnato a seguire quel che lui aggiunse: «Bisogna lasciare lo stile dei classici, parlare in dialetto, o anche in lingua italiana se volete, ma in maniera popolare, popolare, popolare. Invece di fare ragionamenti, raccontare esempi, fare paragoni semplici e pratici. Ricordatevi che la gente segue poco, e che le verità della fede bisogna spiegarle nella maniera più facile possibile».

«Avevo espresso contenuti che a me parevano semplici, ma erano complicati per il popolo»
Un prete non va in cielo da solo

L’ordinazione sacerdotale, intanto, si avvicinava. Scrivevo nel mio quaderno di appunti, durante gli Esercizi spirituali in preparazione: «Il prete non va da solo al cielo, non va da solo all’inferno. Se fa bene, andrà al cielo con le anime da lui salvate con il suo buon esempio; se fa male, se dà scandalo, andrà alla perdizione con le anime dannate per suo scandalo».
Per questa ragione, ho rinnovato i propositi della vestizione e ho aggiunto altri tre punti: «Occupare rigorosamente il tempo; patire, fare, umiliarsi in tutto e sempre quando si tratta di salvare le anime; la carità e la dolcezza di san Francesco di Sales mi guideranno in ogni cosa». Sentivo particolarmente vicino quel santo perché, come me, aveva moderato il suo carattere, facendo confluire l’ardore che sentiva nella predicazione e nella scrittura.
Così, il 5 giugno 1841, sono stato ordinato sacerdote. Il giorno del Corpus Domini, il giovedì seguente, ho celebrato la prima Messa al mio paese, ma non era la prima in assoluto. Anche allora, mia madre non mancò di far sentire il suo consiglio: «Ora sei prete, sei più vicino a Gesù. Io non ho letto i tuoi libri, ma ricordati che cominciare a dir Messa vuol dire cominciare a soffrire. Non te ne accorgerai subito, ma a poco a poco vedrai che tua madre ha detto la verità».

«Ora sei prete, sei più vicino a Gesù»
Ecco il mio campo!

Ho rifiutato tutte le sistemazioni che mi venivano offerte, fedele agli insegnamenti di mia madre e di don Cafasso. Sotto la sua guida, ho approfondito la formazione al Convitto Ecclesiastico di Torino, ma ho anche fatto la scoperta di quello che avrebbe dovuto essere il mio campo di lavoro.
Fino ad allora avevo vissuto in campagna: non sapevo nulla di come i ragazzi e i giovani nei quartieri periferici di Torino trascorressero le loro giornate. Ho visitato le soffitte dove si rifugiavano gli operai al termine della giornata, ho incontrato ragazzi giovanissimi finiti in carcere e ho ascoltato la loro rabbia. È stato così che ho deciso: avrei speso la mia vita per salvarli, per evitare che altri avessero la loro sorte e per essere loro amico.
Il primo amico che ho incontrato era Bartolomeo Garelli, l’8 dicembre 1841. Era un muratore, di sedici anni, orfano di entrambi i genitori. L’ho trovato in sacrestia, mentre stavo indossando i paramenti per la Messa solenne. Nonostante i rimproveri del sacrestano, gli ho detto di restare per la celebrazione e, dopo, abbiamo parlato di Dio e di come lui sia nostro Padre. Per concludere, l’ho invitato a tornare la domenica dopo, con alcuni amici: lo fece.

«Il primo amico che ho incontrato era Bartolomeo Garelli» (fonte)
Il resto è storia…

Avevo appena ventisei anni ed ero prete da sei mesi. Non lo sapevo ancora, ma la mia storia stava per avere una nuova pagina. Non solo la mia, ma quella di tanti altri giovani che sarebbero passati per l’oratorio che avevo in mente.
Da centotrent’anni guardo il mondo mentre sono immerso in Dio e sono sicuro che non va poi così male. Basta che ci siano uomini e donne, bambini e ragazzi, capaci di avere un po’ più di fiducia in Lui e in Maria Ausiliatrice: così sarà possibile compiere autentici miracoli.

mercoledì 31 gennaio 2018

Santi da giovani #1: san Giovanni Bosco (prima parte)


In molti si sono cimentati a parlare dei Santi e dei candidati agli altari giovani, ossia quelli morti nella fascia d’età tra i 18 e i 25-30 anni. Quasi nessuno, però, si è interessato d’indagare come fossero in gioventù quelli che, invece, sono deceduti in età molto più avanzata. Nell’anno del Sinodo dei Vescovi su «I giovani, la fede e il discernimento vocazionale», ho deciso d’intraprendere questa strada quasi inesplorata, con una nuova rubrica.
La prima figura che ho scelto di trattare è una scelta quasi scontata: oggi infatti la Chiesa ricorda san Giovanni Bosco, ritenuto quasi per eccellenza il Santo dei giovani. È anche il centotrentesimo anniversario esatto dal suo passaggio da questo mondo al Padre. Ecco quindi il mio tentativo di dare uno sguardo agli anni che hanno contribuito a renderlo un uomo e un sacerdote riuscito, immaginando che sia lui stesso a raccontarli.
La versione originale di questo articolo è stata pubblicata su questa pagina, ma ho pensato di snellirlo, di dividerlo in due parti e, magari, d’inserire qualche immagine, per alleggerire la lettura. Le immagini sono tutte tratte dalla Banca Dati delle immagini salesiane. 

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Se mi chiedessero come sono stati gli anni della mia giovinezza, non avrei timore di affermare che sono stati fondamentali. Durante quel tempo, ho imparato tanti insegnamenti che mi sarebbero risultati utili in un secondo momento. Penso che facessero parte di quel “tutto” che avrei compreso a suo tempo, come mi disse quella Signora che vidi, a nove anni, nel sogno che mi cambiò la vita.

Un carattere facilmente irritabile di fronte alle ingiustizie

La prima cosa che ho imparato è stata che dovevo tenere a freno il mio carattere. Sono sempre stato un tipo facile agli scatti d’ira, specie quando vedevo compiere qualche ingiustizia. È stato così anche quando, sui banchi di scuola a Chieri, ho preso le difese di Luigi Comollo e di Antonio Candelo. Erano due bravi ragazzi, specie il primo: una volta si prese un paio di schiaffi solo perché non voleva partecipare alla gazzarra degli altri compagni, prima di una lezione. La sua risposta mi lasciò senza parole: disse che perdonava chi l’aveva colpito.
Quella volta lasciai correre, ma quando mi accorsi che gli altri se la prendevano di nuovo con lui ho letteralmente perso la ragione: ho afferrato un altro dei miei compagni e me ne sono servito per picchiare gli altri, quasi fosse una clava umana. Il professore, al vedere la scena, scoppiò a ridere e si dimenticò di punirci tutti. In compenso, Luigi mi ricordò che non avrei dovuto usare la mia forza fisica per fare del male agli altri. 

«Quando mi accorsi che gli altri se la prendevano di nuovo con lui ho letteralmente perso la ragione...»
Garzone in un caffè, con notti insonni a studiare

Nello stesso anno, intorno al 1832, ho dovuto cambiare pensione: la signora Lucia Matta, che mi aveva ospitato da quando avevo sedici anni, aveva ripreso in casa suo figlio, che aveva terminato gli studi. Sono quindi stato accolto da Giovanni Pianta, che aveva appena inaugurato un caffè a Chieri. “Accolto” forse è un termine eccessivo, dato che dovevo fare l’aiutante in quel locale. Ogni mattina, prima delle lezioni, dovevo fare le pulizie, poi correvo alla Messa nella chiesa di Sant’Antonio. La sera, invece, servivo al banco e dovevo tenere il conto del punteggio nella sala del biliardo. In cambio avevo solo un piatto di minestra due volte al giorno e mi veniva condonato l’affitto.
E il tempo per studiare? Avevo una buona memoria, ma dovevo pur stare qualche ora sui libri. Trascorrevo quasi tutta la notte a studiare, sotto la luce di una lampada. Molto spesso il signor Pianta mi trovava con il libro ancora aperto, cominciato la sera prima. A lungo andare, però, rischiavo di rovinarmi la salute. Ho quindi riconosciuto che dovevo fare quello che potevo e non di più, perché la notte è fatta per il riposo.


«Molto spesso il signor Pianta mi trovava con il libro ancora aperto...»
Frate o non frate?

Intanto, però, cominciavo a chiedermi cosa dovessi fare della mia vita. Il sogno di cui accennavo prima mi fece intuire che avrei dovuto conquistarmi i ragazzi non con i pugni – e quanti ne avevo dati! – ma con la mansuetudine e l’amore. Col passare degli anni, ho seguito l’interpretazione che mia madre, Margherita, aveva dato quando l’avevo raccontato a lei e agli altri di casa: era segno che Dio mi voleva sacerdote. Il fatto era che la mia famiglia era molto povera e mio padre, Francesco, era morto che non avevo ancora due anni. Non volevo essere di peso, ma sentivo che quella fosse la strada per me.
Così, nel marzo 1834, ho presentato domanda per farmi francescano. Sono andato a Torino per l’esame necessario e, il 18 aprile, sono stato accettato. Non avrei dovuto nemmeno versare la quota a cui erano tenuti i novizi: i frati comprendevano le mie ragioni economiche. Il mio parroco, don Dassano, rimase stupito quando gli chiesi i documenti che mi servivano.

«Avrei dovuto conquistarmi i ragazzi non con i pugni – e quanti ne avevo dati! – ma con la mansuetudine e l’amore»
Sogni e consigli

Era così contrario che andò da mia madre e cercò di convincerla a farmi cambiare idea. Mamma Margherita venne sì a trovarmi, ma mi fece capire che avrei dovuto seguire la volontà di Dio, non la sua o quella del parroco. «Io sono nata povera, sono vissuta povera e voglio morire povera. Anzi, te lo voglio dire subito: se ti facessi prete e per disgrazia diventassi ricco, non metterò mai piede in casa tua», dichiarò, prima di andarsene.
Un altro dei miei sogni mi mandò ancora più in confusione: un frate mi diceva che in convento non avrei trovato pace e che Dio preparava per me un altro luogo. Mi confidai con Luigi Comollo, il quale mi suggerì da una parte di fare una novena, dall’altra di ricorrere a un suo zio sacerdote. L’ultimo giorno della novena arrivò una lettera da parte di don Comollo: il suo consiglio era quello di non diventare frate.
Un altro consiglio importante mi arrivò da don Giuseppe Cafasso. Aveva appena ventitré anni e doveva completare gli studi di approfondimento teologico, ma era già molto ricercato come direttore spirituale a Torino. Era anche famoso come “il prete della forca”, perché accompagnava e confortava i carcerati fin sul luogo della loro esecuzione. Anche lui mi suggerì di entrare in Seminario e di non preoccuparmi per il denaro: Dio avrebbe provveduto.

«Se ti facessi prete e per disgrazia diventassi ricco, non metterò mai piede in casa tua»
 Continua…

lunedì 29 gennaio 2018

Il Beato Filippo Rinaldi, un buon padre (Cammini di santità #14)

Fonte: sezione del sito istituzionale dei Salesiani di Don Bosco
dedicata a don Filippo Rinaldi
Sono sempre più meravigliata di quanti e quali esempi abbia saputo suscitare l’insegnamento di san Giovanni Bosco. Anche sulla rivista dei Salesiani di Bologna ho avuto occasione di parlare di alcuni di essi.
Nel numero di gennaio 2018, il direttore mi ha chiesto di parlare del Beato Filippo Rinaldi. Di fama lo conoscevo, ma la lettura del libro che segnalo in coda al post mi è servita per capire meglio a quali responsabilità fosse stato chiamato e come le avesse vissute.
Temo però che sia uno dei miei articoli meno riusciti: il finale è diverso da come l’avevo scritto. Mi è servito di lezione: da quello immediatamente successivo mi sono impegnata ancora di più.
* * *
È il 24 aprile 1922. Si sta svolgendo il Capitolo generale dei Salesiani, nel quale sarà eletto il nuovo Rettor Maggiore, ovvero il superiore di tutta la congregazione. Don Luigi Piscetta si avvicina a un confratello dal volto largo e gli occhi piccoli e penetranti: deve annunciargli che sarà lui, don Filippo Rinaldi, il terzo successore di san Giovanni Bosco. Don Filippo nasconde il viso tra le mani, appena riceve la nomina. Poi, dopo un lunghissimo istante, accetta: «Questa elezione è una confusione per me e per voi. La Madonna vuol fare vedere che è essa sola che opera in mezzo a noi. Pregate perché io non guasti ciò che hanno fatto don Bosco e i suoi successori».

domenica 21 gennaio 2018

La biblioteca di Testimoniando: speciale «Nuova Enciclopedia Illustrata dei Santi»

Fonte: mini-sito di presentazione dell’opera
Questa puntata della rubrica di consigli librari è un po’ diversa dalle altre. Ho deciso, infatti, di dedicarla alla Nuova Enciclopedia Illustrata dei Santi, edita da San Paolo Edizioni in abbinamento ai numeri in edicola dei settimanali Famiglia Cristiana e Credere.
Contrariamente al solito, non strutturerò il post come faccio abitualmente, cioè con la trama, gli autori e il pubblico a cui mi sento di consigliare il libro in questione. Piuttosto, farò un’analisi del primo volume, segnalandone i pregi e i difetti e rispondendo a una domanda che immagino qualcun altro si sarà posto, a parte me: vale la pena di acquistarla, se si possiedono già opere analoghe?