Avviso

In obbedienza ai decreti di Urbano VIII, quando su questo sito vengono trattati semplici Testimoni e vengono usate espressioni come “santo”, “degno degli altari” e simili, l’Autrice non intende in nulla anticipare il giudizio ufficiale delle competenti autorità ecclesiastiche.
S’impegna, inoltre, a rimuovere l’articolo nel caso il personaggio trattato si dimostrasse indegno della qualifica attribuitagli.

domenica 19 novembre 2017

Squarci di testimonianze #20: i «perché» di Andrea, seminarista


Leggete più avanti e capirete il perché di quest’immagine (fonte)
In tanti mi dicono che sono il peggior incubo dei seminaristi, specie di quelli della diocesi di Milano, e che ho un attaccamento eccessivo verso quanti di loro sono morti in fama di santità, miei conterranei o no.
In effetti, è vero: sento di avere in comune con tutti loro la fede in Gesù; mi sono infiltrata alla Missione Vocazionale di tre anni fa, benché non fosse nelle vicinanze di casa mia; ho parlato a modo mio degli attentati di Parigi nel 2013 riprendendo un filmato di uno degli attuali diaconi transeunti. Per non parlare dei due schemi di Via Crucis che ho condiviso la scorsa Quaresima.
Proprio per porre un limite al mio zelo, in Avvento e in Quaresima m’impegno a non scrivere ai seminaristi e ai giovani preti che conosco, ma anche a non incontrarli, né a parlare con loro per più di un rapidissimo saluto.
Nella mia parrocchia, però, è arrivato proprio due settimane fa un certo Emanuele, originario di Ortona-Lanciano, come seminarista tirocinante. In più, domenica scorsa è stato annunciato che nel mio Decanato ci sarebbe stata una mini-Missione Vocazionale, con le testimonianze dei seminaristi durante le Messe del successivo fine settimana. Questo fatto mi ha entusiasmata, ma sapevo di dover restare fedele al mio impegno. Così oggi, insieme ai miei parrocchiani, oggi ho ascoltato la testimonianza di Andrea, studente di V Teologia, nativo di Mozzate (che è in diocesi di Milano pur essendo in provincia di Como).

mercoledì 1 novembre 2017

S’ i’ fosse Papa, canonizzerei... (Le 5 cose più # 12)

La facciata di piazza San Pietro alle canonizzazioni dello scorso 15 ottobre (fonte)
«S’ i’ fosse papa, sare’ allor giocondo,/ché tutti cristïani imbrigherei». Così scriveva il poeta Cecco Angiolieri nel suo famoso sonetto S’ i’ fosse foco, che i critici ormai tendono a identificare in un gioco letterario. Io non metterei nei guai i cristiani: piuttosto, mi avvarrei della mia carica per elevare agli altari i personaggi non ancora Santi cui tengo di più. Per riprendere il poeta: «S’ i’ fosse Papa, canonizzerei…».
Ci sono effettivamente molti, tra i Beati, il cui culto va ben oltre i limiti della propria diocesi, congregazione o movimento d’appartenenza. Va pur detto che il culto pubblico ha questi confini, ma se, per esempio, un napoletano fosse devoto a un Beato non originario della sua città, o uno straniero tenesse a una Beata italiana, nulla lo vieta. Io stessa, pur essendo milanese e napoletana d’origine, ricorro personalmente all’intercessione di molti personaggi che non hanno nemmeno mai messo piede nella mia diocesi o in quella di cui sono nativi i miei genitori.
Ecco quindi quali sono i Beati che, fosse per me, metterei subito sulla facciata di San Pietro con i loro arazzi. Ho scelto solo cinque cause, disposte in ordine cronologico per data di beatificazione, ma in realtà ne avrei da aggiungere almeno altre tre o quattro. Le foto, tranne in un caso, sono di alcuni santini della mia collezione.

lunedì 30 ottobre 2017

Sei Suore delle Poverelle: un dono di carità

Chi sono?

Le fotografie delle sei suore,
 poste ai piedi del Crocifisso appartenuto al loro Fondatore
 e conservato in Casa madre
Suor Floralba (all’anagrafe Celeste) Rondi, suor Clarangela (Alessandra) Ghilardi, suor Danielangela (Anna) Sorti, suor Dinarosa (Teresina) Belleri, suor Annelvira (Rosina) Ossoli e suor Vitarosa (Maria Rosa) Zorza, religiose della congregazione delle Suore delle Poverelle di Bergamo, erano da diversi anni missionarie nello Zaire (oggi Repubblica Democratica del Congo), quando, verso la Pasqua del 1995, si manifestarono strane forme di una malattia non ancora riconosciuta, che causarono numerosi morti.
Suor Floralba fu la prima a caderne vittima, il 25 aprile 1995. La seguì suor Clarangela, il 6 maggio successivo: solo dopo la sua morte fu chiaro che si trattava del virus Ebola. Fu quindi il turno di suor Danielangela, l’11 maggio e, tre giorni dopo, di suor Dinarosa. La Superiora provinciale, suor Annelvira, seguì con attenzione il decorso della malattia, fino a venire contagiata lei stessa: morì il 23 maggio. L’ultima fu suor Vitarosa, che volle a ogni costo raggiungere Kikwit, dove le altre suore erano in isolamento: lasciò questo mondo il 28 maggio.
La loro vicenda di estrema dedizione ai più poveri e di fedeltà agli insegnamenti di don Luigi Maria Palazzolo, fondatore della congregazione (Beato dal 1963), ebbe subito un ampio risalto sulla stampa e in televisione e non cadde nell’oblio. Per questo motivo, dopo aver ottenuto nel 2013 il Nulla osta da parte della Santa Sede, sono state aperte presso la diocesi di Kikwit le sei inchieste diocesane per l’accertamento delle virtù eroiche da parte di suor Floralba e delle altre religiose.
Le inchieste diocesane a Kikwit si sono svolte dal 28 aprile 2013 al 23 febbraio 2014 e sono state integrate dalle rispettive inchieste rogatoriali nella diocesi di Bergamo (nella quale le suore erano vissute prima dell’invio in missione), dall’8 giugno 2013 al gennaio 2014. Attualmente le sei cause procedono nella fase romana.
La tomba delle sei suore si trova presso la Cattedrale di Kikwit.

Cosa c’entrano con me?

sabato 21 ottobre 2017

Vivere la carità camminando con i poveri – Padre Daniele Badiali, servo di Dio (Cammini di santità #12)


Fonte
Per il numero di ottobre di Sacro Cuore VIVERE mi è stato chiesto di scrivere di padre Daniele Badiali, sacerdote fidei donum della diocesi di Faenza-Modigliana e membro dell’Operazione Mato Grosso. Da qualche parte avevo già letto di lui e mi ero già preparata a trattare la sua vicenda in parallelo a quella del suo amico Giulio Rocca. Alla fine il direttore mi ha chiesto di dedicare l’articolo per il numero di gennaio di quest’anno solo a quest’ultimo. In effetti ottobre, mese missionario per eccellenza, poteva essere ancora più adatto.
Mi sono però posta un interrogativo: visto che Badiali era un sacerdote diocesano, avrei dovuto usare la qualifica di “don” o di “padre”, come lo chiamavano i suoi fedeli in Perù? Mi sembrava qualcosa di analogo ai primi tempi del Pime, i cui membri si sentivano preti della diocesi di Milano destinati alle missioni estere. Ho poi deciso di usare il secondo titolo; dopotutto, nelle sue lettere si firmava così. Ecco quindi la mia sintesi.

* * *

San Luis, sulle Ande peruviane, 1° settembre 1991. Una piccola folla di uomini e donne, col viso bruciato dal sole di montagna, è radunata lungo la strada sterrata che conduce in paese. Qualcuno regge uno striscione con la scritta: «Bienvenido padre Daniel – Tus hijos te acogen con amor». Arriva un giovane prete, festosamente accolto dalla popolazione locale. Giunto nella sua nuova chiesa, s’inginocchia ai piedi della statua della Madonna: piange lacrime di commozione e non smette neppure durante la celebrazione della Messa. È padre Daniele Badiali, italiano di Faenza.

venerdì 13 ottobre 2017

Gli eroi della Famiglia Vincenziana… come se fossero al cinema (Le 5 cose più #11)


La locandina vera del vero film Monsieur Vincent (fonte)
Domani mattina papa Francesco riceverà in udienza i rappresentanti della Famiglia Vincenziana, riuniti in un Simposio internazionale per i “400 anni del carisma”. Questa espressione si riferisce all’anniversario di due momenti importanti nella vita del sacerdote Vincent De Paul, all’italiana Vincenzo De’ Paoli, vissuto tra il 1581 e il 1660 e canonizzato il 16 giugno 1737.
Il primo avvenne il 25 gennaio 1617, quando, predicando nella chiesa del villaggio di Folleville, invitò la gente alla confessione generale: poco prima, infatti, aveva confessato un uomo che si era vergognato di farlo prima di essere in punto di morte. Il secondo, pochi mesi dopo, il 20 agosto 1617, a Châtillon-les-Dombes: incoraggiò i suoi parrocchiani a portare dei viveri a una famiglia i cui membri erano tutti malati. Poco dopo, iniziò a pensare che non bastava seguire l’emozione del momento e che, prima o poi, quei viveri sarebbero venuti a mancare: serviva dunque un gruppo di laici organizzati.
Mentre consultavo i siti che parlavano di quest’occasione, sono finita su una galleria d’immagini veramente singolare. In esse, infatti, compaiono i fondatori e altre figure significative di questa “potenza” della carità. Ma non aspettatevi le solite «facce da immaginetta», per dirla con l’attuale Pontefice: sono infatti stati raffigurati come se fossero i protagonisti di qualche film!
In effetti, una pellicola sul Santo fondatore ci fu, Monsieur Vincent (1947): l’avevo incluso nelle mie Litanie dei Santi e dei Beati al cinema e in TV, anche perché faceva parte dello schema originario, composto dal Beato Giacomo Alberione, che mi aveva ispirato quello speciale post per Ognissanti. Ecco quindi le immagini (questa è la fonte originaria), corredate da una breve spiegazione mia.


sabato 7 ottobre 2017

Padre Arsenio da Trigolo: la rivincita degli umili


Ritratto fotografico di padre Arsenio,
ritoccato e ritagliato da una foto di gruppo (fonte
Chi è?

Giuseppe Antonio Migliavacca nacque a Trigolo, in provincia e diocesi di Cremona, il 13 giugno 1849, quinto dei dodici figli di Glicerio Migliavacca e Annunziata Strumia. Entrò a tredici anni nel Seminario di Cremona e fu ordinato sacerdote nel 1874.
Dopo quasi due anni di ministero, svolti a Paderno Ponchielli e Cassano d’Adda, nell’ottobre 1875 don Giuseppe scelse di entrare nella Compagnia di Gesù: pronunciò i voti solenni il 5 agosto 1888, con la qualifica di “coadiutore spirituale”. Svolse quindi i servizi della predicazione e della direzione spirituale, specie a Piacenza e Venezia. Pochi anni dopo, accusato di “imprudenze” da parte dei suoi superiori, dovette dimettersi dalla Compagnia, oppure avrebbe potuto restarne membro, ma escluso dal ministero apostolico.
Mentre aspettava di capire come muoversi, fu invitato dall’arcivescovo di Torino, monsignor Davide dei Conti Riccardi, a predicare un corso di Esercizi spirituali a un gruppo di giovani donne dedite alla cura degli orfani. Il gruppo era stato radunato da Giuseppina Fumagalli, una donna che non era più suora, ma continuava a comportarsi come tale, affermando di essere la fondatrice delle “Suore della Consolata”, mai approvate ufficialmente. Don Giuseppe diede una formazione a quelle donne, adattando per loro le regole ignaziane: nel 1893, con la prima professione solenne, nacquero quindi le Suore di Maria SS. Consolatrice.
Dopo circa dieci anni, nuove accuse colpirono il fondatore: alcune suore gli rinfacciavano, tra l’altro, atteggiamenti dispotici, quando invece lui aveva cercato d’insegnare loro come servire il prossimo attraverso tutte le opere di misericordia. Don Giuseppe fu pertanto estromesso dalla guida dell’istituto nel 1902.
Chiese quindi di essere ammesso tra i padri Cappuccini: iniziò il noviziato a Lovere e cambiò nome in padre Arsenio da Trigolo. Ammirato dai confratelli più giovani, visse nel convento di Borgo Palazzo a Bergamo, dedicandosi ancora alla predicazione e alle confessioni, oltre che alla cura del Terz’Ordine francescano. Non fece mai parola della sua vita passata, compresa la fondazione delle suore. Malato di arteriosclerosi, morì a Bergamo il 10 dicembre 1909.
La sua causa di beatificazione si è svolta a Milano, sede dal 1898 della Casa madre delle Suore di Maria Consolatrice, dal 3 aprile 1998 al 29 maggio 1999. È stato dichiarato Venerabile il 21 gennaio 2016. Dopo un anno esatto, il 20 gennaio 2017, è stato approvato il miracolo che lo porta alla beatificazione, che è stata celebrata oggi, 7 ottobre 2017, nel Duomo di Milano.
I suoi resti mortali sono venerati dal 1953 nella cappella della Casa madre delle Suore di Maria Consolatrice a Milano, in via Melchiorre Gioia 51.

Cosa c’entra con me?

sabato 30 settembre 2017

Beato Titus Zeman – Il difensore delle vocazioni sacerdotali (Cammini di santità #11)


Una fotografia del Beato Titus Zeman
nei suoi anni giovanili (fonte)
Da quando scrivo per la rivista dell’Opera Salesiana del Sacro Cuore di Bologna, mi è stata offerta la possibilità di raccontare storie davvero di tutti i tipi. Quella uscita sul numero di questo mese ha la giusta dose di avventura e sacrificio, messi in campo per un ideale altissimo. Per questo sono lieta di presentarvi don Titus Zeman, salesiano slovacco, che viene beatificato oggi a Bratislava.
* * *
Sono le prime ore del mattino del 24 ottobre 1950. Un gruppo di una ventina di uomini, quasi tutti giovanissimi, sta cercando di guadare il fiume Morava, tra Slovacchia e Austria. Sono perlopiù chierici e seminaristi salesiani: devono guadare il fiume a nuoto, per poter raggiungere l’Italia e vivere pienamente la propria vocazione. All’improvviso, la corda a cui si tengono attaccati alcuni dei fuggiaschi si spezza: due sacerdoti cercano di far passare almeno gli altri sulla riva austriaca, riuscendoci. Il più provato di tutti è don Titus Zeman, il capo del gruppo: crolla esausto e con un principio di ipotermia. Le sue parole, appena rinviene, sono: «Siete tutti sani e salvi? Nessuno è annegato?».  È già la seconda volta che tenta questa avventura.