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S’impegna, inoltre, a rimuovere l’articolo nel caso il personaggio trattato si dimostrasse indegno della qualifica attribuitagli.

martedì 31 gennaio 2017

Giulio Rocca, dell’Operazione Mato Grosso – Morire per gli altri (Cammini di santità # 7)

Fonte
Ai motivi per cui mi sento devota a san Giovanni Bosco se n’è aggiunto, da un annetto circa, un altro: il mio primo vero lavoro regolarmente retribuito è proprio per una rivista legata alla congregazione dei Salesiani, da lui fondata.
L’articolo uscito sul numero di gennaio 2017 di Sacro Cuore VIVERE (o solo VIVERE, se preferite) ha avuto una lunga gestazione. Inizialmente previsto per il numero di dicembre 2016, doveva in realtà affrontare due storie in parallelo: quella di Giulio Rocca e quella di don Daniele Badiali, amici e compagni nell’Operazione Mato Grosso, legata ai Salesiani per i motivi che spiego più avanti.
Quando poi il direttore ha cambiato parere, invitandomi a scrivere del cardinal Ernest Simoni, mi ha anche chiesto di scorporare i due soggetti e di dedicare a Rocca da solo il primo articolo per il mio secondo anno di collaborazione; don Badiali slitta, a Dio piacendo, al 2018.
Per una coincidenza che ha per certi versi del provvidenziale, un mio amico di Facebook ha pubblicato, qualche settimana fa, un post in cui raccontava dell’incontro con il signor Oliviero Rocca, ancora oggi artigiano del legno, che non dimentica il messaggio lasciato da suo fratello Giulio. Ecco quindi il mio tributo a lui, proprio nel giorno in cui ricordiamo don Bosco.

domenica 29 gennaio 2017

Aquilino, un martire “di passaggio”


L’urna di sant’Aquilino nell’omonima cappella della basilica di San Lorenzo Maggiore a Milano (fonte)

Chi è?

Secondo la narrazione più antica, contenuta nell’edizione del 1582 del Breviario Ambrosiano, Aquilino vide la luce a Würzburg nella Baviera tedesca, da una famiglia nobile. Sin dall’infanzia visse in maniera intensa la carità, tanto da coinvolgere i suoi coetanei e riportarli alla fede. Studiò poi alla scuola dei canonici di Colonia, città nella quale venne ordinato sacerdote.
Poco dopo l’ordinazione, dovette tornare nella sua città natale a causa della morte dei genitori e distribuì ai poveri l’eredità che aveva ricevuto. Rientrato a Colonia, venne unanimemente scelto come successore del vescovo alla morte di quest’ultimo. Aquilino, però, rifiutò l’incarico e fuggì a Parigi. Anche in quel luogo si distinse per la sua carità, intervenendo in prima persona durante un’epidemia di peste.
Giunse quindi a Ticinum (l’odierna Pavia) e, da lì, passò a Milano. Un giorno, mentre si recava pregare davanti ai resti di sant’Ambrogio, cui era molto devoto, cadde in un agguato da parte di alcuni eretici, che lo trafissero alla gola con un pugnale e lo lasciarono a terra in una roggia. L’anno del suo martirio non è sicuro, ma oscilla, secondo gli studiosi, tra 1015 e 1018.
Un’antica tradizione racconta che alcuni facchini, addetti al trasporto delle merci da Pavia a Milano lungo il fiume Ticino, trovarono il cadavere di Aquilino e lo trasportarono nella vicina basilica di San Lorenzo Maggiore. Fu quindi sepolto nella cappella di San Genesio o “Cappella della Regina”, che poi venne intitolata a lui.
San Carlo Borromeo, arcivescovo di Milano, ne incentivò il culto e volle che fosse compatrono della città. Le sue spoglie furono in seguito inserite in un’urna d’argento e cristalli di rocca e poste su un apposito altare della cappella dove già erano state sepolte. La sua memoria liturgica è stata fissata al 29 gennaio.

Cosa c’entra con me?

giovedì 26 gennaio 2017

CineTestimoniando #5: «Silence»



La locandina italiana (fonte)

Silence, USA 2016, Martin Scorsese, Sikelia Productions – Cappa/DeFina Productions – Cecchi Gori Pictures, 161 minuti.

Da un po’ non pubblicavo recensioni di film col mio solito stile, ossia con un occhio alla tecnica e uno ai contenuti di fede. Aspettavo proprio l’uscita dell’ultimo lavoro di Martin Scorsese, da tempo annunciato e rimandato, perché calzava alla perfezione con i miei intenti.
Così, una volta messa in guardia sulla durata del lungometraggio, mi sono decisa ad andare a vederlo; per una volta, non era in una sala della comunità o un cinema parrocchiale.

La trama in breve

Nel Giappone del XVII secolo, il gesuita padre Cristóvão Ferreira (Liam Neeson) assiste al supplizio cui sono sottoposti alcuni cristiani del luogo. Tempo dopo, poiché non si hanno più notizie di lui, due suoi giovani confratelli, padre Sebastião Rodrigues (Andrew Garfield) e padre Francisco Garupe (Adam Driver) chiedono al loro superiore, padre Alessandro Valignano (Ciarán Hinds) il permesso di andare a cercarlo.
Ben presto vengono a sapere dell’esistenza di comunità cristiane andate avanti in assenza di un sacerdote, come quella guidata da Ichizo (Yoshi Oida) e Mokichi (Shin’ya Tsukamoto). Quando i rischi di essere scoperti aumentano, i due gesuiti si separano.
Comincia quindi per padre Rodrigues un viaggio nel quale conoscerà meglio il Paese che tenta in tutti i modi di condurre alla fede, nonostante le persecuzioni avviate dall’inquisitore Inoue Masashige (Issey Ogata) e i non pochi dubbi, che lo portano più volte a un passo – letteralmente – dall’abbandonare ciò in cui ha sempre creduto.

domenica 22 gennaio 2017

Laura Vicuña, «pazzerella» per amore


Particolare della foto di gruppo
delle allieve del collegio di Junin
nella quale è stata riconosciuta
la Beata Laura (al centro)

(fonte)

Chi è?

 

Laura del Carmen Vicuña nacque a Santiago del Cile il 5 aprile 1891. Perse il padre José Domingo a due anni. Insieme alla madre Mercedes Pino e alla sorella Julia Amanda, si trasferì in Argentina. La madre trovò lavoro nella tenuta di Manuel Mora, che la obbligò a vivere con lui. Mercedes, però, cercò di fornire un’istruzione e un’educazione religiosa alle due bambine: nel 1900 vennero sistemate nel collegio delle Figlie di Maria Ausiliatrice a Junín de Los Andes. Lì Laura imparò le verità della fede e comprese che la madre viveva in una situazione grave: così, il giorno della sua Prima Comunione, il 2 giugno 1901, promise a Gesù di non offenderlo mai con il peccato e di riparare al male compiuto specialmente dai membri della sua famiglia.

Nel 1903 dovette tornare a casa, perché la sua salute era diventata instabile. Si difese dalle insidie di Manuel Mora e continuò a pregare e a offrire per la salvezza di sua madre. Il 22 gennaio 1904, ormai sul letto di morte, le rivelò quella sua decisione, che aveva confidato solo al direttore spirituale; spirò a tredici anni compiuti.

Godette di fama di santità fin dalla sua morte e, il 19 settembre 1955, fu aperto il suo processo di beatificazione il 19 settembre 1955. Fu dichiarata Venerabile il 5 giugno 1986. Dopo l’approvazione di un miracolo ottenuto per sua intercessione, è stata beatificata da san Giovanni Paolo II a Castelnuovo Don Bosco il 3 settembre 1988.

La sua tomba si trova nella cappella del Collegio Maria Ausiliatrice di Bahia Blanca, in Argentina. La sua memoria liturgica, per la Famiglia Salesiana, cade il 22 gennaio, giorno della sua nascita al Cielo.

 

Cosa c’entra con me?

martedì 17 gennaio 2017

Antonio abate: il fuoco nel deserto

Statua di sant’Antonio Abate 
all’esterno della chiesa di via Sant’Antonio 5 a Milano (fonte)
Chi è?

Antonio nacque a Coma in Egitto (oggi Qumans) intorno al 250 d. C. Dopo aver ascoltato durante una celebrazione eucaristica l’invito del Vangelo a lasciare tutto per seguire il Signore in maniera più perfetta, vendette l’eredità ottenuta dopo la morte dei genitori. Affidata sua sorella ad alcune vergini consacrate, si diede a vita eremitica, guadagnandosi il vitto con semplici lavori.
Prima risiedette in un’antica tomba scavata nella roccia, poi in una fortezza abbandonata sui monti del Pispir; infine si stabilì nella regione della Tebaide, nell’Alto Egitto, dove visse fino alla morte.
Ricercato da molti per i suoi consigli e le sue indicazioni per una vita più perfetta, curò la formazione di due comunità cenobitiche* e lui stesso chiese consigli a chi riteneva più saggio ed esperto. Vinse le tentazioni che gli venivano tramite l’intensa preghiera e la consapevolezza di avere sempre Dio dalla sua parte.
Uscì dal suo isolamento solo nel 311, per confortare i cristiani di Alessandria d’Egitto, perseguitati dall’imperatore Massimino Daia, nella speranza di ottenere il martirio. Morì invece il 17 gennaio del 356, superati i cent’anni d’età.
I suoi resti mortali, sepolti in una località segreta, furono portati in Francia nel XI secolo. È invocato contro l’herpes zoster (popolarmente detta “fuoco di sant’Antonio”) e le malattie della pelle in genere, ma anche come protettore del bestiame e di quanti hanno in qualche modo a che fare con il fuoco.

*i cenobi sono comunità monastiche dove i confratelli vivono sotto la guida di un superiore comune.

Cosa c’entra con me?

Il modo con cui sono entrata in contatto con sant’Antonio abate è grosso modo simile a quello con cui ho conosciuto il suo omonimo e fondatore dei Barnabiti, di cui raccontavo qui: nella mia parrocchia di nascita, infatti, c’è un altare dedicato a tutti i più famosi santi col nome di Antonio. Per la precisione, lui è indicato con la scritta «Eremi robustus habitator»«Forte abitante dell’eremo», che spicca sulla cancellata a protezione dell’altare. Ero molto piccola quando me lo spiegarono: prima conoscevo appena sant’Antonio di Padova e non sapevo che potessero esserci più santi con lo stesso nome.
Ormai cresciuta, ho approfittato di una collana in uscita con Famiglia Cristiana per comprare un’edizione della sua Vita scritta da un altro personaggio a sua volta sugli altari: sant’Atanasio, vescovo di Alessandria d’Egitto. Di quella lettura mi rimase impressa soprattutto la decisione di Antonio, già in giovane età, di abbandonare il mondo per essere più vicino a Dio: doveva avere sui diciotto o vent’anni. Piccola parentesi: mi piacerebbe indagare, prima o poi, quali santi abbiano scritto la biografia di altri santi.
Grosso modo a quell’epoca, avevo iniziato a frequentare la chiesa a lui intitolata, nei pressi dell’università dove studiavo: in più di un’occasione ho partecipato alla Messa feriale delle 12.30 che ancora adesso viene celebrata.
Dopo i primi esami, passati con voti ottimi, mi ero messa in testa di darne due orali in altrettanti giorni consecutivi, per non perdere il ritmo suggerito per anno di studi: tuttavia, quella volta, i risultati non furono all’altezza. Ero parecchio abbattuta e sentivo che il mondo mi stesse per crollare addosso; vi assicuro che non scherzo.
Un giorno, proprio mentre ero sul punto di toccare il fondo, sono andata nella chiesa di Sant’Antonio Abate a pregare, complice un’ora buca o un momento di pausa, non ricordo. Osservando la pala dell’altare maggiore, mi sono ricordata di un altro dettaglio della biografia: quando, racconta Atanasio, i demoni avevano aggredito Antonio sotto forma di bestie feroci. «UBI ERAS / DOMINE IESU / UBI ERAS», ossia «Dov’eri, Signore Gesù? Dov’eri?», è scritto sulla cornice del dipinto, riprendendo la sua domanda quando Gesù in persona gli apparve.
Anche a me era capitato, in quell’apparente fallimento universitario, di chiedermi dove fosse finito il Signore, d’interrogarlo sul perché non mi aveva favorita come nei primi esami. La risposta, contenuta nella biografia, è: «Antonio, ero là! Ma aspettavo per vederti combattere». Ripensandoci, la prova non consisteva nel non aver superato gli esami al massimo dei voti – per la cronaca, avevo preso due 26 di fila – quanto nel prendere nel modo giusto quel leggero intoppo nel mio percorso universitario. Anni dopo, quando ho avuto davvero problemi, ho ripensato a quel momento e mi sono consolata, sapendo che il Signore era comunque al mio fianco.

Il suo Vangelo

Sant’Antonio abate, o meglio, abba (“padre”) Antonio, è famoso soprattutto per la sua lotta contro le tentazioni demoniache, personificate in animali feroci o in donne discinte, come spesso si vede nelle opere d’arte che lo raffigurano. La sua grandezza risplende tanto più quanto più si pensa anche ai suoi momenti di sconforto, come quello del quadro che sopra ho cercato di descrivere, o ai tentativi di fuggire dal mondo, che comunque veniva a cercarlo.
Non odiava le persone che lo circondavano, altrimenti non avrebbe lasciato loro lettere, pensieri, consigli che formano i Detti o Apophtegmata attribuiti a lui o ad altri Padri del deserto. Voleva tenere lontane le distrazioni, ma col tempo comprese che non doveva abbassare la guardia. Il Detto 11 infatti riporta:
Disse ancora: «Chi dimora nel deserto e cerca la pace è liberato da tre lotte: quella dell’udito, della lingua e degli occhi. Gliene resta una sola: quella del cuore».
Anche le nostre città possono apparire dei deserti e le nostre periferie essere considerate, per certi aspetti, una Tebaide moderna. Il compito di chi assume l’esempio di Antonio come guida è ripopolarli per essere, a propria volta, un segno di fiducia per chi crede e per chi dice di non credere.

Per saperne di più

Graziano Pesenti, Sant’Antonio Abate. Padre del monachesimo, Velar-Elledici 2009, pp. 48, € 3,50.
Una valida sintesi della sua storia con abbondanti illustrazioni.

Lisa Cremaschi, Antonio e i Padri del deserto. Invito alla lettura, San Paolo 1999, pp. 94, € 6,20
Una guida alla scoperta della sua spiritualità, con una selezione di testi.

Sant’Atanasio – Sant’Antonio Abate, Vita di Antonio. Detti, lettere, Paoline 1995, pp. 318, € 25,00
Un’edizione completa e annotata della biografia, integrata dai trentotto Detti e dalle sette Lettere considerate autentiche.

Laura Fenelli, Dall’eremo alla stalla - Storia di sant’Antonio Abate e del suo culto, Laterza 2011, pp. 190, € 20,00.
La ricostruzione, a opera di una studiosa, della diffusione della sua storia e del suo culto specie nel bacino mediterraneo, compreso il suo passaggio da modello dei monaci a protettore del bestiame.

Michele Bortignon, Alle radici della notte - Un cammino spirituale sui passi di abba Antonio, Edizioni Messaggero 2014, pp. 220, € 19,89.

Una biografia romanzata, che pone l’accento, più che sui prodigi, sui travagli interiori e le prove del santo eremita.

sabato 7 gennaio 2017

Squarci di testimonianze #17: il ritorno di monsignor Giuseppe Negri (per gli amici “Peppime”)


Monsignor Giuseppe Negri
imparte la benedizione
(foto di Roberto Comizzoli)

La mia parrocchia ha una particolarità: tra le ultime vocazioni al sacerdozio che vengono da lì ce ne sono due orientate alle missioni estere e operanti in Brasile. Prima di don Lorenzo Nacheli del Sermig, infatti, e prima ancora di un sacerdote diocesano, era stato il turno di padre Giuseppe Negri: entrato nel Pontificio Istituto Missioni Estere (Pime), è stato ordinato sacerdote nel 1986 e quindi inviato in quel Paese sudamericano.


Vent’anni dopo è stato consacrato vescovo e dal 2015 è vescovo titolare di Santo Amaro. Da sempre i miei comparrocchiani di San Barnaba lo chiamano “Peppime”, un gioco di parole tra il diminutivo del nome Giuseppe, Peppino, e la sigla dell’Istituto missionario di cui fa parte.
Avevo letto sui media parrocchiali i suoi racconti e ascoltato i ricordi di chi l’aveva conosciuto, ma per me rimaneva una figura remota e speravo, prima o poi, di poterlo incontrare. L’occasione avrebbe potuto concretizzarsi lo scorso settembre, ma per un disguido è stata annullata.
Pochi giorni fa è arrivata la notizia che monsignor Negri sarebbe passato per la sua vecchia comunità proprio in una solennità dove l’aspetto missionario ha una rilevanza particolare: quella dell’Epifania del Signore. Dato che quest’anno non sono partita per le vacanze, sono stata molto felice di poter essere presente.

martedì 3 gennaio 2017

Cardinal Ernest Simoni: testimone fedele (Cammini di santità #6)




Il neo-cardinal Simoni, appena ricevuta la berretta, viene salutato dagli altri cardinali (fonte)
Dopo la pausa delle feste natalizie, inauguro i post del 2017 con l’articolo che ho scritto a dicembre per la rivista Sacro Cuore dei Salesiani di Bologna.
Per una volta, il direttore mi ha chiesto di scrivere di un testimone vivente, perché la sua storia gli pareva molto interessante. Lo era anche per me, che già altre volte mi sono occupata di un tema affine, ossia la persecuzione dei credenti in Albania.
Ho quindi accettato volentieri di sunteggiare il lavoro di un giornalista più bravo di me per raccontare del cardinal Ernest Simoni, creato nel concistoro dello scorso 19 novembre, quasi due anni dopo il suo commovente incontro con papa Francesco.
Il titolo è redazionale, mentre i sottotitoli sono quelli che avevo pensato io.